Gioia, Nostalgia, Desiderio, Amore

Tenere alto il desiderio. Muovere la voce. Riportarla in superficie andandola a riprendere nelle viscere del mondo. In una terra gialla, complessa, arida e bellissima tutt’insieme. Lasciare che le parole viaggino con il mare. Colme di salsedine, d’improvviso ti si poggiano sulla faccia. 

Ti lecchi la pelle e la senti salata. Schiudi gli occhi e sei a Napoli. 

Un viaggio nelle terre del Sud, un’alleanza col diavolo, una linea storta, inclinata, tesa verso l’esterno, alla rircerca di sé, alla ricerca dell’altrə. Dal mix Hardcore, sequenze di synth e musica neomelodica, lə cantante e musicista Tullia Benedicta dà vita al nuovo progetto sperimentale NZIRIA, debuttando sull’etichetta discografica Never Sleep di Gabber Eleganza con XXYBRID: un album che, imponendosi come atto psicomagico di disidentificazione e, attraversato dalla voce androgina dell’artista, trasporta l’ascoltatore in un paesaggio sonoro urbano, abitato da comunità queer desideranti e desiderose di rompere con il canone identitario imposto e rivendicare il proprio diritto alla parola. 

Chiara Pagano: Lo so, probabilmente ti sarai trovatə a parlarne più e più volte, ma vorrei partire dal nome che hai scelto per questo nuovo progetto: NZIRIA. Per chi non ha legami con Napoli, rimane una parola difficile da connotare; celata dietro ad un alone di mistero, non è semplice collocarla in una geografia specifica. Eppure questa stessa parola racconta una storia molto particolare e racchiude in sé una vera e propria attitudine. Ti va di spiegarci il significato di questo termine e le scelte che ti hanno portatə ad appropriartene assumendolo come nome d’arte?

NZIRIA: Certo. Nziria è una parola del dialetto napoletano, che è talmente complesso e pieno di sfaccettature da poterlo considerare una lingua a sé stante.

Stavo cercando una parola napoletana, astratta e di genere neutro, che potesse essere scambiata per una parola straniera.

Per caso ho scoperto la parola »'nziria«, che in Napoletano significa “stizza”, “fare i capricci”; una parola che è associata al pianto caparbio dei bambini quando sono stanchi: si dice “ha pijat la ‘nziria ‘e suonn”. In un certo senso la ‘nziria può anche essere associata al desiderio, poiché rappresenta un lamento dovuto ad un bisogno impellente. C’è stato un momento in cui ho sperimentato l’urgenza di riconnettermi con le mie origini e con Napoli ed è così che ho trovato la mia ‘nziria, nel desiderio di ritrovare Napoli fuori e dentro di me.

  • XXYBRID [NSLP001], by NZIRIA

  • XXYBRID [NSLP001], by NZIRIA

CP: Un progetto che ti ha condottə a produrre XXYBRID, il tuo album pubblicato sull’etichetta discografica Never Sleep di Gabber Eleganza aka Alberto Guerrini. Come è avvenuto il vostro incontro?

N: L’incontro con Alberto è stato fortuito e fortunato. Ci siamo conosciuti la prima volta nel 2019 al Loophole di Berlino. Io ero lì per suonare – all’epoca avevo un progetto industrial techno –, lui per sentire un suo amico che doveva suonare prima di me. Per caso il mio live venne anticipato. 

Ci tenemmo in contatto online e un giorno gli inviai una demo di Positano Noise, il progetto che avevo all’epoca: cover di canzoni napoletane riarrangiate in chiave elettronica. 

L’incontro fondamentale perchè NZIRIA nascesse però, è avvenuto a Bologna, in occasione di un djset di Alberto in cui lui mi disse che aveva ascoltato il progetto di cover e che avrei potuto migliorarlo scrivendo testi miei in napoletano, che parlassero di me e della mia storia. E così ho fatto. Un anno dopo gli mandai XXYBRID e mi chiese se fossi interessatə a pubblicarlo su Never Sleep, ed eccoci qui.

Ho sempre ammirato molto Alberto e il suo lavoro, e trovo che i nostri progetti siano affini sotto molti punti di vista, a cominciare proprio da questo legame profondo con il proprio passato unito al desiderio di uscire dal sé attraverso la contaminazione ed il dialogo costante con diversi generi musicali. 

CP: Gabber Eleganza d’altronde è un progetto che tenta di tracciare delle linee di continuità tra Hardcore e Folklore europeo…ecco, il Folklore nel tuo caso è rappresentato dalla canzone napoletana. Trovo la scelta di portare la musica neomelodica al centro della tua produzione molto rilevante. Nell'incontro con l'hardcore – legato alla scena rave emersa nei Paesi Bassi negli anni Novanta e altrettanto definibile come musica tradizionale – sembri voler definire un territorio estemporaneo e mobile in cui il presente entra in dialogo con il passato. 

È curioso perché questi due generi, pur essendo molto distanti tra loro, hanno molti aspetti in comune: entrami nascono dall’esigenza di gruppi marginalizzati – o comunità secondarie – di sovvertire un dato ordine e determinati obblighi sociali. Qual è il tuo legame con questi musicali e perché hai deciso di metterli in relazione? 

N: Ho scoperto l’Hardcore a dodici anni, avevo un compagno di classe gabber che era più grande di me e che mi regalò dei cd masterizzati di Rotterdam Terror Corps e Masters of Hardcore Vol. 2…per me fu una rivoluzione. In realtà la gabber all’epoca non era così di nicchia, sia l’Echoes che il Cocoricò di Riccione organizzavano serate Hardcore…c’era poi un programma radio su m2o che il pomeriggio per due ore suonava solo Hardcore, e quello era il mio appuntamento quotidiano.

Nel corso del mio percorso artistico ho esplorato vari generi ma con NZIRIA ho sentito l’esigenza di tornare lì, nel 2002, a quei suoni che avevo lasciato nel cassetto dei ricordi…quando ho ascoltato la traccia »Never Sleep« di Alberto, ho subito pensato che sembrasse una tarantella, la danza tradizionale e popolare dell'Italia meridionale, caratterizzata da movimento e ritmo vivace, capace di indurre, secondo le credenze popolari, a trance estatiche. Ecco, questo è stato il primo input che mi ha fatto pensare che unire l’hardcore alla canzone napoletana era non solo possibile, ma anche necessario, in un certo senso.

Il Neomelodico è un genere invece che ho esplorato tardi. In famiglia si ascoltava musica napoletana classica, mentre il Neomelodico era visto male e considerato un genere cafone e di cattivo gusto – con l’eccezione di Gigi D’Alessio che invece era molto amato in casa mia.

Credo che il fil-rouge che accomuna due generi solo apparentemente distanti, come il Neomelodico e l’Hardcore, sia proprio la passionalità. Sono entrambi spinti, passionali, parlano alla pancia delle persone, al loro corpo…sono anche in un certo senso materici, fatti di corporeità. Così ho deciso di metterli in relazione, e di chiamarne la crasi Hard Neomelodic. 

CP: La canzone napoletana nasce nel Mezzogiorno Italiano e racconta di amori profondi, spesso sofferti, nati dalla condizione comune dell’essere marginalizzati, dal desiderio condiviso di trovare riscatto…ecco, sebbene sia stata a lungo considerata l’archetipo della canzone italiana, come dici tu, nel corso del XX secolo ha subito una trasformazione, iniziando ad assumere una nuova connotazione, spesso criticata perché considerata veicolo di testi fin troppo romantici e smielati, non conformi all’idea moderna di individuo universale il cui corpo è muto, astratto ed eroico, perché non succube di passioni. Nelle tue tracce questa componente emerge in modo molto forte, come se il desiderio fosse quello di redimere la storia di questo genere riportando al centro proprio quel sentimentalismo a lungo criticato. Quanto pensi sia importante parlare d’amore oggi?

N: Trovo che sia fondamentale parlare d’amore, oggi più che mai. Viviamo in un mondo, a mio avviso, molto cinico e a tratti crudele, freddo, ipertecnologico, che riflette continuamente la nostra immagine come in uno specchio cieco a tutto ciò che ci circonda. 

Leggevo di recente il saggio di Elisa Cuter »Ripartire dal desiderio«; un testo che ho trovato interessante perché parla proprio del desiderio e di come sia sempre più auto-riferito, invitando invece a riscoprirlo come uno strumento che può portarci fuori da noi stessə per riscoprire l’altrə e il mondo intorno a noi.

Mi chiedo allora se parlare d’amore non è forse un modo per ricordarci quanto sia importante condividere un sentimento con qualcunə a cui teniamo…non è questa forse la fiamma che ci tiene accesə? 

Con Bianca Peruzzi, artista visiva con cui collaboro dal 2017, abbiamo cercato di lavorare su questo, rappresentando la potenza del desiderio nei videoclip che abbiamo girato. In »Pensiero«, per esempio, una serie di abbracci in loop sembrano volerci rassicurare, come a dire che in quell’abbraccio possiamo abitarci. In »Amam Ancora« invece la protagonista, assistendo al matrimonio della sua amata perduta, è scossa in petto dall’amore e dalla gelosia e per questo la comunità le si stringe intorno, sorreggendola e alleviando il suo dolore.

Ecco, credo che parlare d’amore significa parlare del nostro bisogno di comunità; un bisogno urgente e inderogabile, che è poi l’unico modo che abbiamo per scacciare la solitudine. 

CP: Rispetto a quello che dici mi viene in mente il legame che sia l’hardcore che la neomelodica napoletana condividono con la danza: attraverso una sorta di possessione indotta dall’ascolto della musica, la persona diventa permeabile al cambiamento. Nomade nelle terre del suo stesso corpo, il sé si perde in favore della comunità, sovvertendo l’imperativo all’invidualismo capitalista. Come vivi tu la relazione tra suono e movimento?

N: Ho sempre vissuto il suono come una forza magica in grado di portarmi in un’altra dimensione, e trovo che certe sonorità inevitabilmente ti portino ad astrarti al punto da non poter più controllare i movimenti – o se questi sono effettivamente controllati, finiscono per essere guidati da una coscienza superiore. 

Con XXYBRID ho cercato di creare una narrazione che non fosse solo sonora, ma anche performativa: ci sono momenti di quiete alternati a momenti di esplosione e caos, che poi si richiudono in tensioni estatiche che riportano l’ascoltatorə a uno stato meditativo. Io stessə sul palco ballo e mi sembrerebbe assurdo non farlo, perché è un’esigenza che nasce dall’ascolto e dall’incontro con il suono.

Per il festival di CTM ho finalmente l’occasione di portare questa performance su un altro livello, più teatrale. In questa circostanza infatti, sotto la direzione artistica mia e di Bianca, avrò il piacere di esibirmi assieme alla coreografa e ballerina Franka Marlene Foth e alla ballerina Janan Laubscher. Diciamo che sarà una declinazione incarnata dell’album XXYBRID; una derivazione che ho deciso di chiamare »And then a Flame Rumbled Like an Earthquake,« ispirata all'immagine del Vesuvio che sovrasta una Napoli che brucia.

CP: La compresenza dei due generi emerge anche dal mix che hai realizzato per CTM Magazine, in cui la canzone tradizionale napoletana di cantanti come Maria Nazionale e Toni Colombo – tra gli altrə – si incontra con pionierə di una musica elettronica del tutto sperimentale. Mi viene da dire che il progetto NZIRIA si pone in qualche modo come ponte in grado di mettere in dialogo i diversi mondi e stili che proponi nella tua selezione, attivando una conversazione molto interessante. Speculando su immaginari possibili, se ci fosse un evento, e fossero tutti invitati, che evento sarebbe?

N: Sarebbe sicuramente una grande festa, piena di gente. Una TAZ che occupa e blocca tutte le strade della città, in cui gabber vestiti da pulcinella e danzatorə di tarantella ballano assieme una danza ibrida, femminielli e masculilli celebrano matrimoni, neomelodici e pionieri dell’elettronica contemporanea suonano assieme, motorini sfrecciano impennando con fumogeni e lanciando fiori sulle persone, e in cui i poliziotti si toglierebbero la divisa per prendere parte alla festa, mentre da lontano, si intravede sempre una scia di mare.

  • Hard Neomelodic: selezione di NZIRIA per CTM Magazine

  • Hard Neomelodic: selezione di NZIRIA per CTM Magazine

CP: Entrando nel merito del tuo album…il titolo XXYBRID può essere considerato una dichiarazione d’intenti. Una sorta di manifesto…in questa scelta si percepisce il desiderio di affermare un tipo di estetica che rivendica una particolare corporeità che, nel sovvertire il canone e aspirare all’autodeterminazione, desidera riscattare la propria identità, la propria storia. Di fronte alle recenti elezioni politiche in Italia che, come molti altri paesi europei ed extrauropei, ha visto il ritorno in politica di partiti nazionalisti e fortemente orientati verso politiche conservatrici che non riservano diritti alle comunità LGBTQI+, cosa vuol dire essere un’identità queer e non-binary qui e oggi? e come resistere agli stereotipi di genere?

N: Anzitutto, è dura da accettare il fatto che ad oggi in Italia ci ritroviamo con un governo neofascista…mai avrei pensato potesse realmente succedere. C’è molto lavoro da fare, e ogni tanto mi domando se non abbia forse più senso partire e andare via. Poi però penso che sono giovane, arrabbiatə e coraggiosə, e credo nei valori della Resistenza, della manifestazione del dissenso e soprattutto della Libertà e del rispetto di ogni essere vivente.

NZIRIA è un progetto musicale, ma si porta dietro anche un messaggio politico a cui tengo e che spero possa parlare a qualcunə. Questa rabbia nei confronti di queste persone che dovrebbero rappresentarci – e che invece vogliono schiacciarci come insetti fastidiosi – mi porta a voler resistere attraverso i miei strumenti, cioè la musica e l’arte, creando nuove storie, situazioni, stimoli a favore della mia comunità: se non ci sono spazi per noi, ce li creiamo; se tirano su muri, li abbatteremo. E questo sempre grazie alla comunità di cui parlavamo prima. 

Ho trovato nel giornalismo italiano tantissima resistenza ad assimilare e ‘gestire’ la mia identità di genere…non sai quante interviste o articoli ho fatto correggere perché puntualmente veniva usato il genere femminile ignorando la mia richiesta di usare il pronome neutro e la schwa. Qui in Italia siamo ancora indietro, ma come sempre le cose bisogna conquistarsele, penso a tutti i femminielli di Napoli (nella cultura tradizionale napoletana persone con genere biologico maschile che però identificano il proprio genere in quello femminile), e le dure battaglie che hanno portato avanti, pagando pene ben più serie di una semplice schwa ignorata. L’importante è non smettere di resistere e di portare avanti la propria battaglia. 

CP: Parlando di resistenza…il tuo disco si apre con »E Riavule« (I Diavoli), una traccia che sembra essere preghiera e richiamo al tempo stesso, come se la terra stesse battendo i suoi ultimi colpi e nuovi corpi stessero emergendo dalle sue viscere; È una traccia che sembra nascere dai piedi per risalire alla gola ed esplodere in un canto che urla insubordinazione. Come racconti in altre interviste, nel realizzarla hai manipolato un campione di una serata in cui proprio un femminiello racconta un mito sulla figura del diavolo. Una scelta molto significativa. Cosa rappresenta per te questa figura e perché questo legame con il diavolo?

N: Hai colto perfettamente le mie intenzioni con »E Riavule«. Volevo che fosse percepita come un’esplosione vulcanica, di luce e di energia, specie dopo i miei anni di quiete e di buio durante il lockdown. Chi è la figura che risiede in fondo, al centro della Terra, dove la lava non cessa mai di scorrere? Dante credeva fosse il diavolo.

Nei tarocchi di Jodorowsky-Camoin il Diavolo XV è un vulcano di energia creativa e di buon auspicio per le arti e la creatività. E’ una figura vista con pregiudizio perché l’unica che si ribella alla volontà di Dio, mettendo in discussione la morale cattolica e il comportamento umano. Eppure Lucifero, inteso come portatore di luce e di conoscenza, non è altro che un cercatore di verità. 

Per me il diavolo è sempre stato un portafortuna, tanto che me lo sono tatuato sulla schiena e, quando per caso ho scoperto quel video in cui il femminiello in questione, Gerardo Amarante, estrae il numero 77 e ne racconta un aneddoto, ho capito che quella doveva essere la traccia di apertura del disco: volevo che XXYBRID fosse magico, ribelle, coraggioso e fortunato, proprio come le figure del diavolo e del femminiello. 

CP: Passando ad un altro brano…»Hard Tarantella« è invece un indubbio rimando alla taranta napoletana. Qui, il kick accellerato prende il posto della tamorra – tamburo napoletano – tipicamente utilizzato per scandire il ritmo di quella che veniva considerata a tutti gli effetti una una danza magico-rituale che raccontava del mondo contadino, del desiderio di aggregazione, del culto di Dionisio, dell’eros, del fortissimo legame con la terra. Tutte tematiche condivise dall’Hardcore. Ecco, nel caso di questa traccia in particolare, la sostituzione di alcuni strumenti tradizionali di un genere con quelli dell'altro, suggerisce il desiderio di creare un ponte tra i due. Qual è stato il tuo approccio a questo tipo di manipolazione? e da cosa deriva la volontà di riattualizzare la tarantella?

N: Il processo compositivo è stato relativamente semplice, ho ascoltato diverse versioni di tarantelle, e ho cercato di mantenerne una struttura simile ma sostituendo il tamburo con un kick 909 rigorosamente distorto. Volevo creare qualcosa che fosse potente, tribale, euforico, come l’Hardcore ma anche come la Tarantella. Erano anni che avevo in mente questa connessione fra Hardcore e Tarantella, e stava diventando un’ossessione che non sono riuscitə a togliermi dalla testa fino a quando non l’ho messo in atto.

Per me che sono cresciutə in Romagna, andare a ballare in Riviera tutti i sabati era normale: ricordo la sensazione di ballare sotto la piramide di vetro del Cocoricò aspettando le prime luci dell’alba e con le gambe sfinite, in mezzo a tantissimi altri corpi, come il tuo, stanchi ma felici.

Volevo ricreare quel tipo di esperienza estatica legata alla danza e alla comunità, di cui la tarantella è in un qualche modo il doppio antico…perché la passione e la necessità che spinge a danzare fino a quando il corpo non ha più la forza di muoversi è in fondo la stessa: ballare per scacciare il male da sé, riconnettendosi con gli altri in una sorta di rituale condiviso. 

CP: Un lavoro di riattualizzazione che mi fa pensare al rapporto dell'Italia con le tradizioni: un tipo di legame che, se a volte porta all'ostilità verso il progresso e alla difficoltà ad accettare l’Altro, altre volte permette di mantenere a mente la propria storicità e preservare il legame con i propri antenati. Tu che rapporto hai con le tradizioni? 

N: Trovo che le tradizioni siano un’arma a doppio taglio: come dici tu possono essere cime a cui aggrapparsi per capire chi si è, da dove si viene, ma al contempo possono essere estremamente castranti.

L’Italia secondo me deve imparare un po’ ad allentare queste funi e lasciar spazio all’ignoto…è troppo sicuro restare all’interno di una zona definita ‘tradizionale’ no? conosci già le regole senza margine di errore o di eccezione.

Con NZIRIA ho voluto osservare queste tradizioni con sguardo oggettivo, e ho scelto di superarle con la consapevolezza di aver oltrepassato dei limiti: quando è uscito il progetto ho ricevuto parecchie critiche da chi si definisce ‘un vero napoletano’...qualcuno mi ha scritto chiedendomi quali fossero le mie intenzioni, qualcun altro mi ha criticato l’accento o corretto i testi, tenendo a precisare che io non fossi napoletanə.

All’inizio mi ha creato un po’ di disagio, perché si ritorna sempre su quel tema del mezzosangue: vieni da famiglia napoletana ma hai sempre vissuto al Nord, non sei né carne né pesce, non appartieni a nessun luogo. Poi ho capito che NZIRIA è anche questo…che il margine di errore fa parte del gioco, e la tradizione va seguita fino a un certo punto. Credo anche che la tradizione in realtà non sia statica ma si rimodelli nel corso del tempo a seconda delle situazioni…e in questo risiede anche il suo valore come forza che porta al cambiamento: le tradizioni spesso sono il frutto dell’incontro tra diverse culture o diverse persone, e vederle come elementi immutabili non permette di coglierne invece lo stratificato processo di ibridazione. 

CP: A proposito di tradizioni, com’è stato percepito il tuo progetto dalla tua gente? dalla tua famiglia?

N: La mia famiglia è felice di questo progetto, anche se credo che inizialmente non lo avesse realmente compreso.

Avrei voluto farlo ascoltare ai miei nonni, che amavano molto la musica napoletana, questo sì.

La reazione del pubblico napoletano è sicuramente quella che più mi intimidisce. Finora posso dire che NZIRIA è stato sicuramente criticato e ha dovuto passare diversi ‘test’ da quelli che si definiscono i napoletani »doc«, ma ho avuto anche molti feedback positivi e interesse da parte di giovani di Napoli: trovo interessante che ancora una volta lo zoccolo duro della casta degli inflessibili sia sempre popolata da uomini adulti etero cisgender. Buffo no?

Comunque il concerto di Capodanno in Piazza Plebiscito è andato molto bene quindi forse ho passato l’esame! 

CP: Come scritto nel press release del disco, questo progetto nasce durante il lockdown mondiale: un periodo che per molte persone è stato vissuto come di grande solitudine. “Pensiero” è forse la traccia che ci racconta meglio questa fase: di fronte all’impossibilità di incontrarsi, la tua voce ritorna e si fa parola-tocco. Carezza che viaggia nel tempo per raggiungere l’altro. In che modo la tua esperienza in lockdown ha influenzato le sonorità che hai scelto di usare nel tuo album? 

N: Il lockdown è stato un periodo che ha portato sì tanta angoscia e sofferenza, ma in un qualche modo credo sia stato una specie di reset, almeno per me.

Grazie a questa pausa forzata, sono statə costrettə a fermarmi, a rivedere i piani e a prepararne di nuovi, ed è stato li che ho deciso di mettere da parte il mio progetto precedente, Tullia Benedicta, e di dare spazio a qualcosa di nuovo, che covavo da anni ma a cui non avevo mai dedicato abbastanza tempo, ricerca e dedizione. Così ho deciso di cambiare genere, di abbandonare la Techno e di abbracciare nuove sonorità, più luminose, più energiche, perché era quello di cui avevo bisogno. 

»Pensiero« è sicuramente la traccia che in un qualche modo descrive meglio il periodo del lockdown nel 2020. L’ho scritta proprio pensando all’idea di costrizione in un luogo, di prigionia, ovviamente riconnettendomi metaforicamente a un altro dei temi principali del genere neomelodico, ovvero il carcere. Volevo sublimare in »Pensiero« il desiderio di uscire, di riabbracciare gli affetti e di rivedere il mare, che per me è libertà assoluta. 

CP: Che poi in tutto l’album, quelle che sono dei suoni più acidi e sitetici vengono frequentemente attraversati e tagliati dalla tua voce che spesso emerge come eco dal passato portando con sé gioia, nostalgia, desiderio, amore, talvolta sofferenza, mai rassegnazione. È un canto viscerale e profondo, che racconta di una resistenza. Che ruolo e che significato ha la voce per te?

N: La voce è il mio strumento di massima espressione, sogno di cantare da quando avevo cinque anni. Grazie alla canzone napoletana, e specialmente quella Neomelodica, ho riscoperto l’importanza della voce e del veicolare le emozioni attraverso il canto, anche perché col mio progetto precedente era una cosa che avevo sacrificato molto in funzione di una ricerca stilistica di produzione.

La voce usata nel genere Neomelodico è un grido d’amore, è straziante, malinconica, ma anche intensa e passionale, ed è in grado di arrivarti dritto allo stomaco e farti piangere.

E poi il napoletano è estremamente musicale e bellissimo da cantare, credo che il mio amore per questa lingua mi abbia portato ad abbracciare questo genere e a farlo mio, riscoprendo anche nuove possibilità di espressione che potevo dare alla mia voce. 

CP: Senti, prima di lasciarci ho un’ultima curiosità: chiunque abbia vissuto a Napoli per un mese o una vita sa che questa città può fare tanto bene e tanto male al tempo stesso, dall’anima meravigliosa, a volte è immensamente cruda. La tua musica trasporta chi l’ascolta nei paesaggi emotivi che si stagliano nel mezzo tra questi due poli. Tu al momento non vivi a Napoli. Qual è il tuo rapporto con questa città? Andresti a viverci?

N: Mi ci sono appena trasferitə! Ho meditato a lungo su dove trasferirmi dopo il capitolo Bologna, e il desiderio di vivere a Napoli si è fatto sempre più forte, specie dopo l’ultimo anno con NZIRIA.

Poi una serie di coincidenze hanno fatto sì che dovessi venire a viverci per forza, e questo mi sorprende fino a un certo punto, perché con Napoli ho un rapporto molto particolare, ed è incredibile come mi senta accoltə in questa terra magica e piena di poesia, ma al contempo difficile e a volte spietata.

Un grande regalo è stato sicuramente suonare il 30 Dicembre in Piazza Plebiscito, non potevo ricevere un benvenuto migliore di questo, e sento che ho bisogno di Napoli adesso.

Voglio scrivere il secondo disco (che ho già iniziato), approfondire la mia ricerca, e iniziare a organizzare eventi qui a Napoli, che è terreno fertile e pieno di talenti e creatività, portando la mia esperienza di Londra e di Bologna qui, e mescolarla, ancora una volta, con la sfera locale. Sarà una bell’esperimento e non vedo l’ora di iniziare.

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